sabato 24 ottobre 2009

Jack O’ Lantern & Trick or Treat

Ho già trattato altrove l’origine storica della festa di Halloween (meglio dire All Hallow’s Eve), quindi quest’anno mi soffermerò sul significato del simbolo della festa “Jack O’ Lantern” e sull’usanza di “Trick or Treat”
Jack O’ Lantern è il nome dato alla zucca intagliata e illuminata, simbolo principale di Halloween. Questo simbolo ha una storia antica che merita di essere conosciuta anche da noi. Tale figura trae origine da una antica leggenda Irlandese, una di quelle tante storie che le famiglie radunate attorno ai fuochi ( o nelle stalle) chiedevano ai vecchi di raccontate, per trascorrere le lunghe sere invernali. Racconti molto semplici, ma mai banali, eccovi la versione più diffusa:
“Tanti anni fa nella vecchia Irlanda, viveva un uomo il cui nome era Stingy Jack. Un brav’uomo, grande lavoratore, peccato fosse particolarmente attratto dal denaro.
Una sera d’autunno mentre si dirigeva verso l’osteria, Jack incontrò un forestiero. Lo straniero era abbastanza singolare, allegro e simpatico tanto che riuscì addirittura a farsi offrire da bere da Jack, cosa assai difficile e insolita. La serata fu lunga e trascorse in allegria, tra un boccale e l’altro. Quando le voci dell’osteria si erano affievolite e solo lo scoppiettare del camino rompeva il silenzio della locanda piena ormai di pochi avventori, lo straniero fattosi più vicino a Jack si rivelò per quello che era in realtà: il Diavolo in persona. Jack non ne fu intimorito, si considerava infatti molto astuto, tanto da voler proporre un patto al diavolo: “Ti venderò la mia anima in cambio di uno scellino, che ne dici?”. Il diavolo accettò e l’accordo fu concluso. Jack prese la sua moneta e il Diavolo se ne andò. Jack era soddisfatto e una volta rincasato pose la moneta accanto a un crocifisso. Ciò impedì al Diavolo di prendergli l’anima.
Passarono molti anni e alla fine il vecchio Jack morì… Tentò allora di dirigersi verso il paradiso, ma i troppi peccati commessi gli impedirono l’accesso. Decise allora di bussare alle porte dell’inferno. Il diavolo scrutando da una grata riconobbe Jack e memore del suo inganno gli disse di andarsene, non gli avrebbe mai aperto. Allora Jack disperato inizio a picchiare con forza sulle porte e a lamentarsi a gran voce per il freddo, implorando che lo lasciasse entrare e non lo abbandonasse lì fuori al buio. Il diavolo si infuriò e per tutta risposta gli scaglio contro un tizzone ardente. Il povero jack allora preso il tizzone (che era inestinguibile in quanto infernale) e scavata una rapa ve lo depose come in una lanterna. E alla luce di essa vaga ancora oggi per il mondo, in cerca di un luogo in cui riposare in pace. Ancora oggi le zucche intagliate (la rapa in America divenne poi una zucca), la vigilia di Ognissanti, ricordano Jack Stingy condannato a vagare per il mondo. Il suo nome sarà cambiato in Jack O’ Lantern, fino a divenire il simbolo di Halloween.
La morale di questa storia è semplice: bisogna stare molto attenti a scherzare con il fuoco, a venire a compromessi col male, perché c’è sempre un prezzo da pagare e le conseguenze possono essere molto spiacevoli.”
La semplice eppur geniale pedagogia popolare di questa storia è però in contrasto con i toni macabri assunti oggi dalla festa che rappresenta. Ma andiamo avanti, per ora.
Altra usanza caratteristica è quella di “Trick or Treat”, in italiano, “Dolcetto o scherzetto”. Essa è la classica frase che i bambini mascherati rivolgono agli abitanti delle case che visitano la notte di Halloween. Da dove arriva questa strana usanza? Per scoprirlo dobbiamo tornare molto indietro a prima della nascita di Cristo. Nelle terre abitate dai celti il 31 ottobre si festeggiava la notte di Samahin (il capodanno celtico), la credenza pagana sosteneva che in tale notte i confini tra il mondo dei vivi e dei morti si assottigliasse, tanto da permettere il ritorno degli spiriti degli antenati defunti sulla terra, così da permettergli far visita ai propri cari vivi. Per essi veniva preparato cibo e in alcuni casi anche un letto, non certo per placarli, come sostiene qualcuno, i motivi erano altri: in primo luogo i defunti dovevano ristorarsi dopo il lungo viaggio, in secondo luogo tale usanza era segno di rispetto e di ricordo nei confronti degli antenati. Se essi erano soddisfatti, prima dell’alba tornavano sereni nelle loro tombe in attesa di poter ritornare ancora l’anno venturo, altrimenti non mancavano di far le loro rimostranze ai vivi, con piccoli scherzi. Da questa antica usanza nasce “Trick or Treat”, i bambini mascherati si incaricano di ricordare ai vivi i propri antenati e il loro legame con essi, chiedendo un piccolo goloso compenso.
Ancora a proposito delle zucche, era usanza già allora mettere sui davanzali delle finestre delle rape (in Irlanda non c’erano le zucche) svuotate e illuminate che agevolassero il defunto nel trovare la strada di casa.
Alla fine di questo percorso però viene da chiedersi dove siano finiti tutti gli importanti significati, di rispetto degli antenati, di fratellanza tra generazioni, di speranza e gioia per la vita e di educazione dei giovani a rifuggire il male? Il Cristianesimo non aveva negato tutto questo, ma l’aveva, santificato riconducendolo al culto del Dio vero e unico, che vincendo la morte ci dona la vita eterna. La festa è stata svuotata dal suo significato e scristianizzata negli USA all’inizio del secolo. A noi spetta riprendere i significati antichi che la festa ha, anche nella nostra tradizione. Non possiamo permettere che per rassegnazione verso la cultura dominante, le nostre menti e i nostri cuori siano svuotati da ogni significato come accade alle zucche intagliate. Bisogna evitare, che in nome del nulla, vengano divelte le radici cristiane della nostra Europa.
Mauro Andreoli (inedito) in pubblicazione sul GrandAngolo N°55 Ottobre 2009
Per approfondire si veda Halloween, storia di una festa

venerdì 18 settembre 2009

William e Emily


C’è qualcosa nella Morteche è come l’amore!
Se con qualcuno che ti ha fatto conoscere la passione,
e l’ardore dell’amore giovane,
anche tu, dopo anni di vita
insieme, senti che la fiamma si va estinguendo,
e così insieme andate svanendo,
gradualmente, impercettibilmente, con delicatezza,
come stando abbracciati,
attraversando la stanza consueta –
questo è il potere dell’unisono tra anime
che è come l’amore!
dall'Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters

George Gray

Molte volte ho studiato la lapide che mi hanno scolpito: una barca con vele ammainate, in un porto. In realtà non è questa la mia destinazione ma la mia vita.

Perchè l'amore mi si offrì e io mi ritrassi dal suo inganno; il dolore bussò alla mia porta, e io ebbi paura; l'ambizione mi chiamò, ma io temetti gli imprevisti.

Malgrado tutto avevo fame di un significato nella vita. E adesso so che bisogna alzare le vele e prendere i venti del destino, dovunque spingano la barca.

Dare un senso alla vita può condurre a follia, ma una vita senza senso è la tortura dell'inquietudine e del vano desiderio- è una barca che anela al mare eppure lo teme.
Dall'antologia di Spoon River di Edgar Lee Master

giovedì 6 agosto 2009

Solo uniti possiamo sperare

"Alla luce del ritorno del Signore Oscuro, siamo forti solo se uniti, deboli se divisi.
L’abilità di Voldemort nel seminare discordia e inimicizia è molto grande. Possiamo combatterla solo mostrando un legame altrettanto forte di amicizia e fiducia. Le differenze di abitudini e linguaggio non sono nulla se i nostri scopi sono gli stessi e i nostri cuori sono aperti.
È mia convinzione – e non ho mai desiderato tanto sbagliarmi – che stiano tutti per affrontare tempi oscuri e difficili. Alcuni di voi in questa Sala hanno già subito terribili sofferenze a causa di Voldemort. Molte delle vostre famiglie sono state distrutte. Una settimana fa, uno studente ci è stato portato via.
Ricordatevi Cedric. Quando e se per voi dovesse venire il momento di scegliere tra ciò che giusto e ciò che è facile, ricordatevi cos’è successo a un ragazzo che era buono, e gentile, e coraggioso, per aver attraversato il cammino di Voldemort.Ricordatevi di Cedric Diggory"
Albus Silente, da Harry Potter e il Calice di Fuoco
"La nostra unità da orgine alla pace, le nostre divisioni pongo fine alla speranza"

Inno


Prima che sorga l’alba
vegliamo nell’attesa:
tace il creato e canta
nel silenzio il mistero.

Il nostro sguardo cerca
un Volto nella notte:
dal cuore a Dio s’innalza
più puro il desiderio.

E mentre, lieve, l’ombra
cede al chiaror nascente
fiorisce la speranza
del Giorno che non muore.

tratto dall'Inno delle lodi del giovedì

mercoledì 5 agosto 2009

Max Pezzali - Ritornerò

martedì 23 giugno 2009

Domani 21 Aprile 2009 Artisti uniti per l'Abruzzo

giovedì 16 aprile 2009

L'Onda ti porta via

L’Onda si presenta come un film “ultrapoliticamente corretto” costruito introno a capisaldi cari alla sinistra, uno per tutti l’antifascismo quale valore assoluto. Nonostante queste premesse, non certo incoraggianti, il film ha qualcosa da dire. Se si scava un po’ più a fondo e si va oltre la retorica e l’assoluta irragionevolezza di molti eventi, si scorge qualcosa di buono. Il film mette in luce (probabilmente senza volerlo) alcune drammatiche realtà di oggi. Il film si presenta come incardinato sull’idea di “responsabilità storica” e sull’impossibilità del sorgere di una nuova dittatura, visto il conoscerne già le conseguenze. Queste tesi vengono smentite dal levarsi di una fanta dittatura, ricreata in laboratorio e da un escalation di eventi di una rapidità impressionate. Detto così la tesi sembra provata scientificamente, una nuova dittatura può nascere con estrema facilità bastano i giusti ingredienti (tra poco li troveremo anche al supermercato). Fermarsi qui però non è accettabile, troppo superficiale, bisogna faticare un po’, scavare a fondo per avere qualcosa che valga la pena dire.
Ci viene presentata subito l’importanza di alcuni ideali. Valori e idee quali l’antifascismo, ad esempio, ci sono presentati oggi come assolutamente buoni e doverosi, anzi direi quasi obbligatori, salvo poi scoprire che questi valori muoiono in se stessi e diventano soffocanti per chi li pratica. Queste idee oramai non nascono più dalla realtà, dal sentire comune del popolo, ma sono imposti dall’alto, senza un minimo di adesione al reale. In definitiva questi ideali sono stati separati con forza dalle loro radici e per questo sono diventati vuoti. Un esempio: si afferma sempre “la dittatura è un male” Giusto, ma nessuno si spinge oltre e dice “la dittatura è un male perché ci priva della libertà”. Questa drammatica semplificazione per cui ci viene detto che la dittatura è un male, ma non il perché essa sia un male, porta a una sorta di smarrimento. Il Corpus di questi ideali, così vissuto, è inaccettabile perché visto come qualcosa che aleggia sopra di noi, distante, staccato dalla realtà quotidiana, però imposto per forza, pena la condanna assoluta. Questo porta, alla lunga, l’uomo a soffocare dentro di esso, o peggio a praticarlo come sterile osservanza nel disinteresse più totale. Dentro tutta questo corpus di ideali i giovani si sentono soffocare, perché dietro di essi avvertono un nulla o una verità troppo parziale, non in grado di appagare chi già a tutto. In una vita così dove i grandi ideali, quelli che dovrebbero far muovere l’uomo, risultano effimeri e morenti è logico rivolgersi ad altro cose, altrettanto effimere, ma che almeno appagano l’istinto, così da riempire momentaneamente un vuoto, reprimere almeno per un istante la noia.
Il protagonista ad un certo punto afferma “alla nostra generazione manca qualcosa contro cui ribellarci. Quello che manca alla nostra generazione è un obbiettivo comune, a noi importa solo sballarci!” ecco la risposta: un obbiettivo!! Qualcosa verso cui muoversi, qualcosa per cui vale la pena vivere, così da sfuggire finalmente all’effimero. La premessa non è perfetta, ma il desiderio è buono, peccato poi tutto si sprechi nel resto del film. Andiamo però per gradi. Il film identifica quel qualcosa contro cui val la pena di ribellarsi con la dittatura, incarnata da uno pseudo esperimento di sociologia, e qui il film diventa davvero irragionevole (una buona premessa buttata).
Innanzitutto un obbiettivo, un significato della vita, non può essere quello di ribellarsi. Il ribellarsi fine a se stesso è un azione sterile, che dopo fa rimanere ancora più delusi e confusi di prima. Anche qui si ricade nell’errore iniziale, separare la ribellione da ogni ragionevolezza e significato, facendola diventare fine a se stesso. La ribellione acquista un valore nel momento in cui la si fa sicuri delle proprie convenzioni, fortemente ancorati a un verità, non riscontrabile nell’ordine attuale, per cui si vuole sovvertire quest’ultimo per riaffermare la verità a noi cara. La ribellione non è fine a se stessa, essa è solo una fase transitoria, che serve a abbattere ciò che di marcio c’è per poter poi ricostruire nuovamente. In questo caso la ribellione ha un senso, quando cioè essa è punto di tangenza tra un declino e un crescendo. Quindi un ribellarsi non può essere un fine, se mai un mezzo (usata nella giusta ottica), invece una ribellione fine a se stessa è una tomba per l’uomo.
Nel film il fenomeno Onda si diffonde con una rapidità impressionate, quasi incredibile (questo fattore effettivamente porta il film su toni un po’ esagerati e poco credibili) Questa enfatizzazione non è però poi così irragionevole. La situazione in cui si trovano i ragazzi è terribile. Essi sono lasciati a loro stessi, senza alcuna prospettiva, letteralmente da soli e allo sbando. Le famiglie sono assenti e con esse gli adulti. I pochi genitori che appaiono non vivono la loro condizione di autorità e responsabilità, ma si “abbassano” a una condizione di amichevolezza, in cui sesso e indifferenza sono gli unici insegnamenti. Tutto questo è costellato dal diffondersi della droga, dell’individualismo e di una certa noia o meglio nichilismo. Un degrado morale e umano impressionante. In questo scenario di degrado e noia compare una ventata di aria nuova: l’Onda. Un gruppo distinguibile, che conferisce un prestigio, crea legami (anche amicizie inaspettate), porta a condividere e a valorizzare ognuno secondo le proprie capacità, tutto questo guidato da un qualcuno che stimola e incoraggia (da fiducia). Il passaggio è fondamentale, al ragazzo annoiato viene data una prospettiva nuova, non più su se stesso, ma di più ampio respiro. Questa nuova prospettiva è molto più confacente al desiderio umano dell’essere, perché porta con se amicizia e socialità. In un mondo immerso nel nulla, questo scampolo di umanità è come un ancora di salvezza. Qui però inizia subito il declino, il leader, il punto di riferimento non insegna nulla, si limita a stimolare. Ciò che stava fiorendo viene violentemente strappato. La nuova prospettiva è disattesa, si sta insieme, ma oltre questo nient’altro. Si è passati dall’essere soli da soli all’essere soli in gruppo. Una condizione più accettabile, ma comunque insufficiente. Il gruppo c’è, ma il leader non da idee, non da un obbiettivo, non da un orizzonte. Il tutto messo in movimento si ferma di nuovo, la nuova umanità, quale più piena corrispondenza, scompare subito. Se il gruppo era nato con un bisogno irrefrenabile di umanità e se non la trova all’orizzonte, allora per sopravvivere deve cibarsi di quella che trova all’interno, andando in regresso. Un gruppo nato per accrescere diventa quindi un gruppo che distrugge. Il movimento degenera, diviene violento, un po’ per sopravvivere e un po’ per paura. Così alla fine un ragazzo, quando il leader decide di porre fine all’Onda (perché troppo pericolosa), arriva a sparare ad un amico e poi a suicidarsi. Questo non avviene perché il ragazzo è un pazzo o un invasato, esso era forse il più solo di tutti e trovata un po’ di amicizia e di senso, non vuole tornare di nuovo solo, tra le braccia del nulla.
Quello che fa emergere il film è questo, un grido di auto disperato e lacerante, rivolto al mondo, ma a cui nessuno riesce a dare risposta. Questo non perché manchino le idee, ma perché mancano i maestri che le dovrebbero insegnare. Se chi era prima di noi a trovato una motivazione per cui valesse la pena vivere, in un mondo meno agito di quello moderno, avrà tentato sicuramente di trasmettere ciò ai propri figli. Di creare quindi una tradizione, alimentata dall’esperienza di chi ha già vissuto, nella quale chi nasce si trovi immerso, così da non essere solo e smarrito al mondo. In questo modo il legame tra generazioni è essenziale e atemporale, perché legato indissolubilmente al senso della vita. Ma allora dove si è spezzata questa catena di salvezza per l’uomo? Come mai non funziona più?
Perché la tradizione rimanga viva vi è bisogno che qualcuno la trasmetta e qualcuno la riceva, che si istauri un rapporto/incontro tra un Maestro e un discepolo, tra Padre e figli, tra autorità e popolo. In tutto questo però si è fatto strada l’errore, il distacco dalla realtà, dove alcuni cattivi maestri per superbia si sono ritenuti i portatori di una verità nuova e a se stante, ancora una volta separata (divisa). Essi hanno fatto di tutto per recidere ogni legame, distruggere ogni ordine e sovvertire ogni cosa. Si insinua la credenza che l’uomo, perennemente in cerca di risposte (che non riesce a trovare da se) possa, in realtà, rispondervi da solo, prendendo come unico metro di paragone se stesso. Nel nostro tempo abbiamo la prova di questo tragico errore non solo nelle ideologia, ma in maniera molto più tremenda dalla rivoluzione del 1968, uno dei culmini di una rivoluzione secolare. In essa la tradizione è denigrata e delegittimata, i maestri abbattuti, la figura del padre demonizzata e ogni buona idea sconfessata. Tutto questo con l’inganno, facendo passare l’idea che una maggiore libertà e il progresso avrebbero reso la società migliore. Così la libertà è diventata il nulla, in cui gli istinti umani sono l’unica discriminante e il progresso un inganno, in cui la felicità e posta nel futuro, ma l’uomo non la potrà mai raggiungerla, come la carota posta davanti all’asino. Una rivoluzione che nulla diede e tutto tolse. Una rivoluzione che mirava a spogliare la società così da assoggettarla meglio. A tutto questo però si può sfuggire!!! Le risposte esistono e con esse ancora dei buoni maestri. Esiste un orizzonte più grande, che non siamo noi stessi, in grado risponde più pienamente al nostro cuore: è un orizzonte di infinito, di eternità! In esso l’uomo si riconosce tale e la vita acquista dignità in quanto ritrova un senso, non solo perché ci fa muovere verso qualcosa, ma perché ci da la certezza di poterlo raggiungere.
La generazione presente è quindi chiamata a sottrarsi a questa spirale involutiva, non distruggendo ancora, ma costruendo, insomma riedificando. È l’unica speranza che abbiamo di sottrarre la nostra civiltà a questo gioco a somma zero. Per farlo dobbiamo trovare una solida base, una verità fortissima alla quale rimanere saldamente aggrappati, altrimenti al primo sconforto ci arrenderemo. Solo così potremo tornare ad essere uomini e non banderuole in preda allo scorrere inesorabile del tempo e delle mode. Bisogna mettere in atto una controrivoluzione dell’essere e della ragione contro la rivoluzione del nulla, che vuole porre fine alla nostra civiltà. Coraggio!!
In conclusione quindi il film porta con se una contraddizione in termini, in quanto non è la presenza di un idea forte a portare alla dittatura (quindi alla perdita del bene più prezioso per l’uomo che è la libertà), ma è l’assenza di questa idea a renderci schiavi, facili prede di una dittatura ancora più tremenda, quella del nulla, quella relativista.
Solo rimanendo aggrappati alla verità, possiamo resistere all’onda del nulla.
Mauro Andreoli

domenica 12 aprile 2009

“Cristo è risorto, Alleluia!!!”

Nel giorno presente, in mezzo al grande dolore per il terremoto che ha colpito il popolo abruzzese, si può gioire per la Pasqua di Resurrezione? In questi momenti bui, pieni di ansia e di dolore, ha senso gioire per un qualcosa che potrebbe apparire lontano? Si, oggi è indispensabile celebrare e gioire per la Pasqua; se non ci fosse stata la croce di Cristo e la Resurrezione a salvarci tutto sarebbe vano. Se ciò non fosse avvenuto tutto condurrebbe a quella che sembra la naturale fine dell’uomo, cioè la morte. Essa così irragionevole e priva di senso, perché non corrisponde a pieno al cuore desideroso di infinto, sarebbe il fine, l’orizzonte della nostra vita. Allora a che varrebbe vivere, amare, soffrire, lavorare se poi tutto finisce così? Se non ci fosse stata la Resurrezione di fronte a così tanta distruzione saremmo disarmati e atterriti. Ci richiuderemmo in noi stessi, sperando che a noi non accada, abbandonando così chi soffre e restando noi stessi irrimediabilmente soli. È per questo che di fronte alle disgrazie presenti, noi dobbiamo restare ancorati, saldamente aggrappati a Cristo, caposaldo fedele, perché solo da lì possiamo ripartire. Solo così possiamo avere compassione (che significa patire insieme, condividere) per quelle popolazioni colpite dalla tragedia. Perché il nostro interesse non si fermi ai telegiornali e la carità non si risolva via sms, abbiamo bisogno della croce di Cristo. Perché è essa a dare un senso a tutto, in quanto ci dona un orizzonte di eternità, nel quale l’uomo si riconosce e si riscopre umano, non più preda degli istinti e travolto dagli eventi, capace di amare il prossimo nella sofferenza senza reticenza. Cristo risorgendo ci ha salvati dalla morte e dallo smarrimento del nostro cuore nel nulla del mondo, per questo vale la pena festeggiare, perché solo nella certezza della salvezza la sofferenza acquista un senso e può essere sopportata. Solo con un senso si po’ vivere realmente la vita. Se vogliamo che il nostro cuore resti vivo e capace di vivere però, dobbiamo lasciare che il Signore risorto lo tocchi. Dobbiamo essere capaci, una volta passato tutto e tornato il mondo a scorrere via veloce, di stare sotto la croce, in mezzo al caos ,come il centurione romano e di affermare: “Davvero costui era figlio di Dio”

Tanti Carissimi Auguri di Buona Pasqua


Mauro Andreoli

venerdì 3 aprile 2009

Padri e figli

Dissi a papà: “Cosa pensi del fatto che Joyce sta diventando cattolica?”
“Buono. Bene”
“Cosa c’è di buono?”
“è un male?”
“Vorrei poter pianificare la mia famiglia”
“Allora pianificala. Avanti. Bambini”
“Bambini, certo. Moltissimi. Ma li voglio quando decido io, papà. Niente controllo delle nascite nella Chiesa, papà”
“Controllo delle nascite?”
“Non si può far nulla perché non arrivano. Continuano e continuano a venire”
“Ed è un male? È un bene, quello.”
“Non siamo più contadini, papà. Dobbiamo fermarci da qualche parte.”
Strizzò gli occhi
“Non mi piace come parli”
“Un uomo dovrebbe essere in grado di decidere quando vuole un bambino”
“Mi hai sentito, figliuolo. Non mi piace.”
“E se arrivano e non abbiamo i soldi?”
“Te li guadagni”
“è dura papà”
Il suo pugno si sollevò, poi le dita si aprirono e mi afferrarono al bavero.
“Non i miei nipoti, capito? Lasciali in pace. Lasciali venire. Hanno tanto diritto quanto te.”
Allontanai la sua mano.
“Non ha niente a che vedere con i diritti, papà. È una questione di economia.”
“Piantala di leggere quei libri”
“Libri – che libri? Non posso neanche permettermene troppi”
“Non potevamo permetterceli neanche io e la mamma. Nemmeno uno. Ma ne abbiamo avuti quattro. L’abbiamo fatto senza soldi, solo con qualche dollaro, che non bastava mai. O preferivi che avessimo usato qualcosa comprato in farmacia, così che non saresti nemmeno nato, senza tua sorella e senza i tuoi fratelli, e io e la mamma da soli nel mondo? Per che cosa?”
Messa in quel modo non ammetteva risposta.
“Credo che di fondo tu sia un uomo religioso, papà. Tu credi davvero”
“Nipoti. Ecco in cosa credo. E lascia stare i libri”

John Fante Full o Life, Fazi editore

venerdì 27 marzo 2009

I giochi all’ombra del campanile

È ormai una tradizione consolidata quella dei giochi organizzati in oratorio la domenica pomeriggio dalle 14.30 alle 16.00. Questi giochi si collocano ormai a pieno titolo tra le attività principali dell’oratorio e vedono impiegati un gruppo di educatori e di ragazzi appassionati, che tutte le domeniche si ritrovano insieme per giocare. In un clima sociale sempre più imperniato sull’individualismo, sembra così strano che una simile attività possa perdurare ancora oggi, eppure è così. Basta uscire la domenica per una passeggiata e arrivare in oratorio prima delle 16.00, per poter toccare con mano questa stupenda realtà. Dopo diversi anni di impegno è sorta però in me e in altri la domanda: perché facciamo i giochi?? Ci sentiamo interrogati e vogliamo dare le ragioni di un simile gesto. Sarebbe troppo facile arroccarsi dietro un “si è sempre fatto”. Una simile giustificazione non è affatto sufficiente, se vogliamo che la tradizione oratoriale dei giochi continui, dobbiamo motivarne l’esistenza, affermandone chiaramente l’importanza.
Ne abbiamo parlato un po’ insieme (io e gli altri educatori) e sono emerse varie ragioni che ho tentato di condensare in un unico discorso. La prima motivazione è che ci divertiamo. Può sembrare banale, ma non lo è affatto, se ciò che facciamo ci piace vuol dire che (magari inconsciamente) cogliamo una corrispondenza con quello che desideriamo anche noi, se ci divertiamo riusciamo a trasmettere meglio un qualcosa.
Seconda motivazione: i giochi sono spesso visti nella loro veste ludico ricreativa, certamente molto importante, ma che non è mai stata per noi la parte preponderante. Nella semplicità del gesto si riscopre una esperienza autentica, quella di un incontro. Un incontro innanzitutto dei nostri ragazzi con la realtà. Essi spesso arrivano da noi storditi dalla televisione e dai videogiochi, lì accade tutto facilmente, basta un tasto; noi li introduciamo alla realtà dandogli un pallone e spronandoli a giocare, correre, sudare e faticare. Questo costringe i ragazzi a un secondo incontro, quello con gli altri. Infatti i nostri giochi sono per la maggior parte di squadra, in una società individualista noi li spingiamo a collaborare, a giocare insieme nella stessa squadra, insomma li portiamo ad un incontro-scontro con gli altri. Infine vi è anche un altro tipo di incontro, quello che facciamo noi educatori con i ragazzi, che per sua natura non è lo stesso che i ragazzi fanno tra loro. I ragazzi arrivano da noi, anche se inconsciamente, con la domanda di essere educati, cioè di essere posti nella corretta prospettiva di fronte alla realtà e spronati al contempo a far emergere ciò che davvero c’è in loro. Questo non è un aspetto facile perché porta noi educatori a comprometterci, a giocarci con loro dentro un rapporto fatto di realtà e libertà. Anche se a volte indegnamente noi siamo chiamati a diventare per loro delle autorità e non dei semplici compagni di gioco. Dove sta la differenza? Nel rapporto ovviamente, il secondo potenzialmente banale, il primo di trasmissione, giuda e insegnamento di esperienze.
Queste motivazioni tutte buone non bastano però da sole a spiegare tutto, esse sono come un’introduzione, ma sullo sfondo si intravede qualcosa di molto più grande, un panorama più vasto da raggiungere, che anima tutto. E allora dobbiamo scavare più a fondo, andare in profondità o forse andare oltre, verso quelle montagne che ci appaino sullo sfondo. Se i giochi sono un incontro, possibile si fermi solo a delle persone, che per quanto brave sono quasi sempre indegne? I ragazzi attraverso l’incontro con noi devono venire a contatto con qualcosa di più grande, non con un semplice corpus di ideali universali, ma con qualcosa che possa corrispondere pienamente al desiderio del loro cuore. In questo senso l’oratorio è parte della Chiesa, attraverso le persone che vi appartengono si incontra Cristo vivo, presente realmente nella storia. Noi cooperiamo a trasmettere la fede, una fede che non è mai stata un’intima e personale intuizione del cuore, ma un incontro con una persona, con un volto umano. In questo si tenta (per fortuna non da soli) di far incontrare ai nostri ragazzi Cristo fuori dalla Chiesa edificio e dentro la Chiesa popolo, quella fatta di persone, di volti concreti che l’hanno incontrato e gli “appartengono”. Per capire la Chiesa bisogna innanzitutto viverla, conoscendola così per contaminazione. Questo serve a loro per capire più chiaramente l’importanza dell’incontro con Cristo, unica risposta vera alle domande del loro cuore. Perché questo li spinga, li riempia di una gioia incontenibile da annunciare ovunque. Una fede viva generatrice di un entusiasmo in grado di non fermarsi sulle porte della chiesa o sui cancelli dell’oratorio, ma che li spinga ad abbracciare tutto il mondo.
Infine i giochi sono sempre stati una tradizione, cioè una consegna. Una trasmissione non di sterili e vuote regole, ma un passaggio da una generazione all’altra di passioni pulsanti. Ricordo sempre con gioia gli educatori che prima di me si sono cimentati in oratorio e spero che altri dopo di me, seguendo anche il mio esempio, possano continuare questa stupenda opera. Il fondamento su cui si poggia è il più solido in assoluto, quindi perché avere paura di mettersi in gioco? Una tradizione comporta sempre il giocarsi, un incontro-scontro tra le generazioni, tra i valori che chi è più vecchio trasmette e chi sarà dopo di noi deve ricevere. Come punto di tramite la generazione attuale è chiamata ad interrogarsi sul loro significato e decidere cosa trasmettere a chi verrà, noi siamo a metà, responsabili verso chi precede e chi segue. Tutto questo si capisce però solo con il vivere la tradizione.
Nel giorno presente dove gli oratori sono rimasti l’unico luogo di aggregazione e formazione per i giovani (fuori dalla scuola) la nostra responsabilità è quindi molto grande. Si è chiamati a diventare oltre che educatori, edificatori di una nuova civiltà in grado di salvare il nostro popolo da un involuzione suicida verso la quale ci si muove sempre più velocemente. Questo non per eroismo, ma per amore alla Verità umana sostanziale alla quale siamo saldamente aggrappati. Noi a tutto quello che accade abbiamo una risposta molto semplice: l’oratorio, il suo vivere e i suoi giochi. Chi avrebbe mai pensato che dietro un gesto così semplice ci fosse così tanto? A voi che leggete chiedo solo un ultima cosa: qualcuno ha il coraggio di giocarsi con noi?

Mauro Andreoli pubblicato sul il GrandAngolo n° 52 aprile 2009

Pope for Africa

Tutti sanno che
Benedetto XVI ci vuole bene,
non abbiamo dubbi.
I dubbi piuttosto
ce li abbiamo su chi
ci manda i preservativi
anvece che l'aspirina.
Su chi riconosce
che siamo essere umani
non abbiamo dubbi.

Rose Busingye infermiera ugandese, "Così l'Uganda sta vincendo la lotta all'Aids senza preservativi" Il Foglio, 20 marzo 2009

Ribellarsi al nulla è possibile

Cari ragazzi, riprendetevi le vostre vite. Cominciate a guardare a chi vi libera la testa dall'amarezza mortifera che appesta l'aria.

CARI RAGAZZI, SCUSATE SE QUESTA NON È UNA PREDICA, ho cinquantun’anni, quattro mesi, sei figli, sono vecchio abbastanza, non vorrei perdermi l’ultima stagione per dirvi la verità. Lost, Maria De Filippi, YouTube, iPod. Tutto bello. Tutto straordinario. E insufficiente per introdurvi nel mondo con quel che vi passa sulla testa, alla velocità di una e-mail, alla rapidità di un sms. Avete visto cosa succede quando le parole non vi vengono regalate a vanvera e il famoso dibattito, la lettura dei giornali, le educazioni sessuali e stradali, non sono oggetto dell’ultima circolare del preside. Quando la scuola e l’università non sono le quattro mura stanche e – benedetti Pink Floyd – lo studente non è un mattone nel muro, un esile papa viene zittito da quelli che conoscete bene. Un grosso giornalista viene aggredito dall’ideologia mortifera che dice, contro Dante e Montale, “vietato guardare più in là”. Li conoscete bene questi dei muri e dei divieti, perché spesso ce li avete dirimpetto, sopra, sotto, a fianco, in cattedra o in televisione, a rumoreggiare, a strillare, a impedire che altri parlino.
Talvolta sono quegli stessi che nel ’68 contestavano i metodi autoritari e il sapere falsamente neutro dei loro professori. E che a loro volta, quarant’anni dopo, sono identici, senza un pizzico di buonumore, magnanimità, ironia, uguali uguali ai loro antichi professori. Però quando i giornali e il discorso pubblico non sono il teatrino autoritario del falsamente neutro o del semplicemente illogico e assurdo – e sempre sia benedetto Ionesco – succede che salta fuori un papai che è più laico del laico che lo zittisce. E salta fuori, dal regno dei “signorsì” a pensarla tutti uguale, altrimenti “raus”, alla lavagna, a scrivere cento volte “sono un democratico antifascista, la legge 194 non si tocca, prego ogni mattina con la Costituzione in mano, ho la tessera di Legambiente, adoro Benigni, non faccio le puzzette come Berlusconi, guardo Mtv, ho un blog antimafia e sono sulla mailing list di Beppe Grillo”, salta fuori, dicevo, perfino una maledettissima “moratoria sull’aborto”.
Una moratoria logicamente dedotta dal fatto che anche Abele, il bimbo che sta aggrappato a un cordone dentro una pancia di donna, meriterebbe la stessa attenzione che, giustamente, i governi di tutto il mondo, con la moratoria Onu sulla pena di morte, hanno riservato a coloro che languono nei bracci dei condannati alla forca. Ma non è solo il pensiero forte, libero e profondo di un grande papa o quello di un gigantesco laico che si batte (addirittura con una “lista di scopo”) per il diritto a nascere anche di chi non si vede dal buco della serratura dei laboratori che selezionano bambini belli&sani, che si introducono come nota di sottofondo nelle pieghe della vita che corre alla velocità di Internet. Non c’è solo l’esile papa delle magistrali lezioni di Ratisbona e della Sapienza (a proposito, leggetele, e leggete anche il suo messaggio per la quaresima, non fatevi scippare il sapere dalle persone gonfie di sé, come la famosa rana di Esopo che si credeva più intelligente del bue). Non c’è solo il grosso giornalista che cerca anzitutto di convincere se stesso che l’indifferenza e il razzismo morale non vanno. Di belle storie in cerca di un fresco uditorio è pieno il mondo. Storie non udite, sommerse dal continuum di rumori e di parole pronunciate a vanvera, sono, messe tutte insieme o sfiorate appena come in un pezzettino che ci percuote personalmente (pensate a quell’amico improvvisamente in difficoltà, all’amicizia diversa che si risveglia, al ritrovarsi la sera che diventa una cosa diversa dal ritrovarsi solito, perché c’è un pensiero diverso, per esempio di ciò che si può fare, per quel compagno in difficoltà), la nota lieve ma ferma, quasi impercettibile ma reale, di una nona sinfonia di Beethoven. Che dice che si può, anzi si deve, non mancare all’appuntamento di una vita a cui il destino affida un compito. Un compito a ciascuno.

Due occhi che non sono morti
Ragazzi, oggi nelle vostre strade, scuole, università, si respira l’aria di un paese marcio in un mondo pieno di cose belle. Quante mattine non si ha voglia di alzarsi, perché quante probabilità ci sono che oggi sia diverso da ieri? Quante sere si ha voglia di non andare a dormire per non alzarsi col cattivo umore di chi si sente condannato ad andare in posti dove si sentono sempre le stesse tiritere? Un parlare a vanvera e un sentirsi come nell’alveare dove tutti si danno arie di api regine e il miele che poi ti fanno assaggiare sa di rancido, sa d’ira, sa di livore, e dice niente a quel brulicare di positività, di bisogni brucianti, di buona avventura, che è avere sedici o vent’anni. C’è un filo, talora, che si dipana in certi incontri dove ci imbattiamo in una parola vera. O in due occhi dove le immagini passano non come una biglia di vetro, non come sull’occhio di un cadavere che riflette e basta, che manda in circolo quel che dice il pensiero medio, il luogo comune, quel che passa per la situazione in cui siamo tutti Grandi Fratelli, ma alla fine capisci che i fratelli sono finti (perché il “conoscerci meglio” e il “dialogare” e il “rispetto” e le “buone emozioni” hanno il solo scopo di buttarti fuori, renderti oggetto di un gioco, mezzo di intrattenimento tra un passaggio e l’altro di un affare pubblicitario). Due occhi. Sì, ma di quella e di quello lì. Insomma, ci siamo capiti.
Ecco, adesso che cominciamo a essere vecchi e mai come adesso sentiamo così falsi il maestro dell’attimo fuggente e la maestra dell’impossibilità ad aderire, muovere un passo, dire sì al certo, al vero, a due occhi; adesso che quarant’anni sono passati dacché iniziò la demolizione della scuola e dell’università, del sapere e della conoscenza; adesso che si è sedimentata l’istruzione di una razza di umanità forgiata su legalismi disumani e su scienze a prescindere dall’essere umano, e sul buttarsi via; adesso che ti dicono che il bello del corpo e dell’avventura dello spirito umano possono andare a farsi fottere perché il corpo è mio (ma quale tuo, buonanotte e sogni d’oro) e lo spirito è un burlone narciso (e mi piaccio di più se mi vedono o se non mi vedono?), c’è da fare qualcosa, ribellarsi, agire, incominciare non più a subire. Né il discorsetto iroso e moralizzante, né la prosopopea, il parlare a vanvera, l’istruzione a farsi padroni e opinionisti di tutto, che una scuola uguale per tutti e un intrattenimento tv che ci omologa in tutto, ci mettono dentro come regola per essere considerati buoni cittadini. Facendoci diventare presuntuosi e annoiati, come sono presuntuosi e annoiati certi vecchi reduci o certe nuove star.

La rivoluzione che vi attende
Non si può più dire addio ai sedici o vent’anni, dire “signorsì”, “agli ordini”, “siamo tutti progressisti in fotocopia”, “alé sballiamo”. Non si può più arrendersi all’indifferenza seriale, all’indignazione da Iene, alla celebrazione delle ideologie che spingono a ripetere tutto falso, violento, uguale. Ecco, ragazzi, la rivoluzione che vi attende, nelle scuole e nelle università, quarant’anni dopo che la rivoluzione fu, a detta di Pier Paolo Pasolini, «la rivoluzione dei ragionieri e degli ingegneri che si scannano tra loro».

Se non vi basta un pugno di sabbia
Aria, ragazzi. Dite che la ricreazione è finita e che volete applicarvi sul serio a capire di testa vostra le cose. Dite che, si tratti di chiesa o di aborto, di politica internazionale o di storia patria, non vi bastano più le frasi prefabbricate, la critica pregiudiziale, le formule vuote, le ingiurie scaricate addosso a chi la pensa diversamente. Dite che sono loro i secondini delle vostre menti e i becchini della vostra umanità. Loro chi? Quelli che vi tengono attaccati alla corda di idee negative come si tiene attaccato un somaro. Quelli che non permettono che il vostro incedere vada oltre il perfetto cerchio di un parterre da circo: un po’ di pacifismo, il solito antiamericanismo, quattro ingredienti per un complotto sotto le Torri Gemelle, il “Vatican-Taliban” che, ci potete scommettere (capite cosa vuole dire che le parole dette a vanvera solo il Male?), perseguita le donne proprio come fanno i talebani in Afghanistan e… fanculo. Fanculo le parole a vanvera. Fanculo le canne, l’ecstasy e il sesso obbligati. Fanculo lo stordimento, l’intolleranza, i manettari, l’industria del ’68, il veterofemminismo. Fanculo la storia in bianco e nero, il beato Galilei e il diavolo di un papa, le crociate cattive e il multiculturalismo tanto buono da farci il sugo quando viene Natale. Fanculo gli gnè gnè… e poi, tornati a casa, non rimane in tasca che sabbia, un pugno chiuso di rabbia, un palloncino surrogato dell’amore, uno spinello per sognare tanto. Fanculo la catena di produzione di umanità ridotta a cerino acceso per lo spettacolo altrui. Fanculo i cattivi maestri.

Alla ricerca di maestri e fratelli
Non è mai stato vero quello che sta scritto in quella lapide che taluni presunti progressisti intellettualoni vi citano ogni tanto perché non hanno mai preso sul serio la possibilità di usare l’unico proiettile che sta nella vita, il solo colpo in canna che abbiamo. No, non è vero quello che sta inciso sulla lapide di Paul Nizan, «avevo vent’anni, non dite che questa è l’età più bella della vita». Sedici o vent’anni. Queste sono le età più belle. Bisogna volerci bene però, e amare la ragione e i desideri veri che il buon Dio ci ha messo in corpo, non come ammasso da consegnare a ideologi e cattivi pensieri, ma come vita umana cercando maestri, padri e fratelli di strada al destino. Maestri che fanno alzare la testa e padri che fanno diventare grandi. E fratelli con cui camminare insieme, più certi e più sicuri. Maestri come un papa molto esile, padri come un giornalista molto grosso. Fratelli come il tuo compagno di classe, che non vive solo per denunciare e rinviare la felicità a un futuro migliore, ma che ti propone qualcosa la cui felicità promessa si può cominciare a sperimentare già ora. Fratelli come può essere fratello e sorella una madre che ti segue con la coda dell’occhio anche se non ti dice niente, ma tu sai che lei c’è, quel cuore c’è, quel pensiero c’è e ti fa crescere.

Entrare nel mondo a testa alta
Guardare il mondo pieno di cose belle e dire “sì”, ascoltare chi lo racconta, seguire chi ci si è incamminato a testa alta, entrarci con la propria testa e il cuore al posto giusto. E lasciare che vada a farsi fottere tutto il resto che parla a vanvera dal punto più lontano della vita, per strapparti il cuore e mettere la tua testa al servizio di una vita piena di “no”. Scriveva Pasolini: «In questo mondo che solo compra e che disprezza, il più colpevole sono io, inaridito dall’amarezza ». Via, ragazzi, da questa amarezza mortifera che appesta l’aria. Via dalla presunzione che esplode come una bolla d’aria nell’aria del niente. Ben venga il tempo in cui i cuori si infiammano. Ciao
di Luigi Amicone da Tempi del 21 febbraio 2008

venerdì 20 febbraio 2009

Audax, educare attraverso lo sport

A tutti coloro che hanno frequentato l’oratorio, non suonerà strano sentire raccontare di un avvenimento tanto familiare come la partita dell’Audax pallavolo, la domenica pomeriggio. Da sempre un simile evento è abbastanza seguito, sia dai genitori delle giocatrici, che dai ragazzi in genere. Esso capitava sempre in un orario propizio, cioè le 17.30, e dato che l’oratorio chiudeva verso le 18.00, era normale vederla come la naturale prosecuzione della domenica insieme.
I tempi comunque sono cambiati (adesso le partite iniziano un po’ prima), le giocatrici sono cambiate, ma non è cambiato lo spirito. Suonerà nuovo, ai più, sapere di come la nostra squadra di pallavolo sta vivendo un ottimo momento, che riporta con forza l’attenzione su questa realtà. Ma attenzione a cosa? Lo si scopre seguendo una partita alla domenica pomeriggio e chiacchierando un po’ con persone (genitori e non) decisamente appassionati. In questo ambiente familiare, che è la palestra comunale di Sant’Antonino, dove tutti per vari motivi sono stati almeno una volta. Entrando ti accorgi subito della forte eccitazione che regna sugli “spalti”, ma ancor più di star toccando con mano una realtà davvero mirabile e degna di nota. Forse però è meglio procedere con calma, senza farsi prendere dalla foga del tifo.
La nostra attuale squadra Audax Pallavolo (o Volley per dirla all’inglese), oggi nella categoria Under 14 nasce all’incirca nel 2004, da un gruppo di ragazzine e una nuova allenatrice. Al gruppo principale o storico si uniscono, nel tempo, nuovi innesti provenienti anche da Lonate, per arrivare a comporre quella che è la rosa attuale. Ecco l’elenco ufficiale della squadra: Giulia Andreoli, Sonia Bottarini, Catherine Carrillo, Luana Ciliberti, Martina Corbetta, Chiara Cordera, Federica Ferrario, Giada Franzina, Martina Mainini, Alessia Puricelli, Silvia Simonotti, Gaia Spreafico e Michela Tallarico. Fin dal principio l’allenatrice è Bianchi Manuela, affiancata nel tempo anche da altri.
La squadra si caratterizza per un buon gioco e una buona tecnica, certo c’è sempre spazio per imparare e migliorare, ma ancor più importante è il forte spirito di gruppo, il forte legame tra le ragazze e l’allenatrice. Tutto questo, le ha portate oggi a esprimere buonissimi risultati, anche sul piano agonistico. Quest’anno la squadra ha chiuso al primo posto il girone provinciale del campionato PGS, guadagnandosi così l’accesso alla fase regionale. In questa competizione ha brillato superando la prima fase, battendo la Nervianese (sia all’andata che al ritorno per 3-1), superando poi nella seconda fase la R.o.c. Settala (vincendo per 3-1 all’andata e 3-2 al ritorno), dovranno ora affrontare nei quarti di finale regionali la Pallavolo Cusano. In occasione della storica trasferta a Settala la società, supportata dai genitori, ha organizzato anche un Pullman per chi volesse accompagnare le nostre giocatrici. Tutto ciò è molto importante, ma sappiamo tutti benissimo che l’Audax non si ferma soltanto al mero risultato atletico, certamente di eccellenza, ma guarda oltre. Sia nelle parole del presidente Turrici, che dell’allenatrice Bianchi si scorge una grande soddisfazione, non solo per il risultato, ma per essere riusciti a creare un gruppo davvero molto affiatato, unito anche in ambito parrocchiale. La prima preoccupazione è sempre quella più genuinamente educativa, cioè di trasmettere attraverso lo sport valori, passione, tenacia, uno sguardo e uno spirito applicabili poi anche alla vita. Certo anche all’interno della squadra ci saranno a volte incomprensioni e litigi, ma tutto può essere superato, se si ha la costanza, la voglia di seguire e imparare, anche dai propri errori. È quindi normale che attorno ad un così bel gruppo si formi anche un altro gruppo: quello dei genitori, che vedono nella squadra una possibilità di una sana crescita per le proprie figlie. Tutti scorgono nei modi dell’Audax un’attenzione alla persona prima che al risultato, questo porta a non scartare chi è meno bravo (come purtroppo accade altrove), ma anzi gli si dà la necessaria fiducia per migliorare e per contribuire a raggiungere, insieme alla squadra, anche buoni risultati. Il nucleo poi si è allargato dai soli genitori, ai simpatizzanti e ai vecchi tifosi e continua ad allargarsi in quanto è difficile rimanere indifferenti a tanto entusiasmo. Il forte attaccamento di questo gruppo di genitori alla squadra, si è manifestato anche nell’accettare l’insolita sfida ad una partita Genitori-Figli, sul finire della scorsa stagione.
L’Audax (forse sarebbe più corretto elencarne tutti i componenti, ma non vi è spazio) si presenta oggi come una realtà viva, una reale possibilità per un cammino educativo dei ragazzi, a fianco della tradizionale vita oratoriale. Questi meritati successi vanno a coronare un periodo già ricco, che ha visto l’Audax festeggiare i 50 anni dalla fondazione e ricevere, il 7 dicembre scorso, l’annuale Premio Sant’Ambrogio, organizzato dalla Pro Loco, alla presenza oltre del presidente Verderio, del Sindaco Gelosa e con l’augurio di buon lavoro anche del Direttore della Fanfara dei Bersaglieri, il maestro Cortellezzi. Insomma una realtà che affascina anche al di fuori del nostro piccolo abitato.
Sottolineiamo infine come l’avventura dell’Aduax non finisce qui, ma continua ancora, ad esempio con la squadra di pallavolo delle più piccole allenate da Mara Stefanoni (per la quale il presidente mi ha chiesto di ricordare che sono aperte le iscrizioni, anche ai ragazzi, essendo la categoria mista). Certo se queste sono le premesse non possiamo che aspettarci grandi cose. E poi come dimenticare il settore calcio (dai pulcini fino ai più grandi) già motivo di grandi soddisfazioni.
In conclusione, la comunità di Sant’Antonino non può che essere grata a questa viva e pulsante realtà. Tutti ci auguriamo che possa continuare a crescere e anche, perché no, a vincere. Quindi tutti insieme ci uniamo in un coro unanime di sostegno alla nostra grande squadra: FORZA AUDAX!!!!

Di Mauro Andreoli pubblicato sul GrandAngolo n° 51 del febbraio 2009